scainiIl Lanternino di Nino Scaini

Il potere della domanda

Contributi per il miglioramento della società. Ecco perché bisogna passare dal lamento all’autodifesa

“L’offerta può incidere sulla quantità e sul prezzo dei prodotti e dei servizi ma solo la domanda può assicurarne la qualità. Se la qualità non è richiesta (anzi pretesa) è impensabile venga offerta”

albert einsteinObiettivo e filo conduttore di questa rubrica è instillare e alimentare la consapevolezza che l’esercizio e la difesa di un diritto o di un interesse legittimo, specialmente quando di carattere collettivo, costituiscono un dovere verso se stessi e un modo per contribuire al miglioramento della società, di cui ci si deve sentire sempre, appunto, parte attiva.
In quest’ottica, diventa anche un importante fattore di cambiamento e di superamento delle criticità e dei problemi incombenti. Ma per far ciò non si può che partire da noi stessi e renderci conto - come esortava il grande Albert Einstein - che “non possiamo pretendere che le cose cambino solo lamentandoci, se poi continuiamo a farle (o lasciamo che si continuino a fare) nello stesso modo”.

Dovevamo tenerle strette prima, quelle due benedette fabbriche!

Nel corso degli anni i passaggi generazionali e di proprietà hanno interrotto il circuito lavoro, impresa, territorio.
Riflettiamo sulla possibilità di ricreare un’economia a km zero

Nel precedente numero de La Città segnalavo il pericolo di non considerare il lavoro per ciò che dovrebbe in effetti rappresentare per la vita degli uomini - cioè il “rapportarsi utilmente col mondo favorendo il miglioramento di sé e degli altri” - e di affrontarne quindi i recenti delicati problemi che lo affliggono utilizzando criteri di valutazione e decisionali prevalentemente se non esclusivamente quantitativi piuttosto che qualitativi.
Venivano a tal riguardo stigmatizzati due particolari fattori che sempre più caratterizzano le politiche imprenditoriali, soprattutto (e, per certi versi, comprensibilmente) quelle della finanza e della grande industria, che alla finanza risulta ormai sottomessa; ma che pure sono stati in qualche modo avallati (ed è questo l’aspetto che più sconcerta e sconforta) dalla pressoché unanime e silente accettazione degli stessi lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali e politici.

Il lavoro tra necessità e felicità

Vittime di una crescente applicazione delle economie di scala, le prestazioni lavorative vengono ormai misurate con criteri quantitativi che esasperano le scelte di automazione e delocalizzazione delle aziende. Questa è la vera malattia che affligge il lavoro e di cui la crisi economica ha solo acutizzato i sintomi. Occorre riportare al centro il fattore umano, l’unico che può dare valore aggiunto a prodotti e servizi

wallpaper-del-film-tempi-moderniUn subdolo e, anche per questo, pericoloso effetto della crisi economica è quello di apparire come la causa prima, se non unica, di quella occupazionale, così da indurre un po’ tutti a confidare che, col superamento della prima, si risolverà automaticamente anche la seconda.
Meriterebbe invece maggior attenzione e preoccupazione una non meno incisiva concausa che influisce e ancor più influirà nella difficoltà della domanda di lavoro, soprattutto giovanile, di trovare adeguata risposta: non tanto in termini di numero di posti disponibili o di misura delle retribuzioni, ma soprattutto di qualità delle prestazioni (intesa come attitudine delle stesse a costituire per il lavoratore, oltre che una necessità per sopravvivere, forse la principale opportunità per realizzarsi e per rapportarsi utilmente col mondo).
Questa meno eclatante ma più profonda e delicata contingenza va individuata nella progressiva dequalificazione e spersonalizzazione del lavoro, che si rivela sempre più frutto (come direbbe Pirandello) del ruolo e delle mansioni del lavoratore “personaggio” piuttosto che della cultura, delle attitudini e delle aspirazioni del lavoratore “persona”.

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